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“Virale”: una canzone attuale

13/02/2022 16:29

Ilaria Barontini

Popular music, Storia della canzone italiana, Sanremo, Matteo Romano,

“Virale”: una canzone attuale

Un'analisi di Virale, cantata da Matteo Romano al 72° Festival di Sanremo, che tratta un argomento chiave del nostro tempo: la dipendenza da relazioni virtuali.

Quando li vediamo "zitti e buoni" ma passivi, lenti, affatto intuitivi né reattivi, quasi sedati… la prima cosa che viene da pensare a noi, insegnanti della generazione X, è: "non avranno per caso preso sostanze?". Ci dimentichiamo che quello era il nostro rischio, il dramma maggiore del tempo della nostra gioventù. Oggi il rischio maggiore è un altro. È stato descritto alla perfezione dal brano cantato al 72° Festival di Sanremo da Matteo Romano: Virale (di Dario Faini in arte Dardust, Alessandro La Cava, Matteo Romano, Federico Rossi). Tristemente attuale, anche per il doppio senso del termine "virale", da anni mutuato dal mondo medico e riferito soprattutto al mondo virtuale, digitale; oggi però fa venire in mente immediatamente entrambe le accezioni. È così anche per altre parole, che ormai evitiamo perché evocano tutt'altro, come "contaminazioni", che rendeva bene l'idea per esprimere gli interscambi etnici, culturali, artistici, musicali… pazienza. Finché muoiono alcuni usi delle parole…

La sezione iniziale che ha funzione di Strofa parla del ragazzo che ritorna a casa già pensando di immergersi nella corrispondenza virtuale. Musica e testo sono ridotti a frammenti piccoli, ripetuti, sembrano interrotti, "balbettanti", volutamente poco espliciti nel significato e privi di un respiro melodico. La realtà vera ("strade piene, case vuote") sbiadisce, diventa poco interessante, a confronto con quella virtuale, a cui non si riesce più a non pensare. Il ragazzo è ridotto come avevo descritto sopra, il che non vuol dire meno intelligente, infatti capisce il suo stato d’animo e dice avere "il cuore parcheggiato". Qualche vocalizzazione c'è, quasi a pregustare il "volo" che seguirà quando ci sarà la connessione: la prima è sulla "e" di "mi fa male", a tradire subito la natura dannosa di questo piacere, e la seconda, a conferma di ciò, sulla "e" di "mi spiace". Dopo il Ritornello, la Strofa riproporrà il vocalizzo su un'altra "e", in modo coerente con quanto già ascoltato perché la parola è…"rischiare". Da "Basta è la tua risposta/ Anche se poi tutto parla di te" parte un'altra sezione, collegata alla precedente dalla voce che non solo non respira, non interrompe neanche l'emissione del suono, mentre successivamente viene impiegata più volte la "suspiratio", che spezza in due una parola, come in "rispo-sta", a tradire una risposta comprensibile e veritiera solo a metà; la voce scende nel registro grave nella frase "E cadiamo giù/ Perdo la testa/ Se non saliamo più" (la parola "giù" raggiunge il minimo, ossia il suono più basso della melodia); tale sezione ha funzione di Ponte. Nelle parole "tutto parla di te" è da evidenziare quel "tutto" che sembra includere "tu". "Tu" è diventato tutto ma, ahimé, è falso. Ce lo indica anche la maniera inaspettata con cui appare questa sillaba, che sembra un "tu" ma non lo è, eppure è evidenziato, perché raggiunto con il più ampio salto ascendente del brano (un intervallo di un'ottava, e lo spostamento è subito compensato con un salto in direzione opposta) e reso in falsetto. Il "tu" subito si rivela l'inizio della parola "tutto", in "suspiratio". È comunque "virtualmente" uno dei due monosillabi chiave del brano che sono quindi "tu", falso, tratto dalla parola "tutto", e "giù", vero (che, come abbiamo osservato, coincide con il minimo della melodia, poi toccato di nuovo con la seconda sillaba della parola "testa" e alle tre volte nella frase "se non saliamo più", che diventa l'ipotesi più temuta e avvilente, un chiodo fisso). "Tu" e "giù" contengono già il significato profondo della canzone. Quando sarà riproposto il Ponte, "tutto" non verrà più spezzato in due, e "tu" diventa un tutto ricomposto, ma sempre evidenziato dal falsetto, che lo conferma falso.

Nella parte successiva c'è la navigazione, il Ritornello forse più attuale e abituale del nostro tempo, che comincia proprio con "Tu", stavolta forte e esplicito, perentorio, a dar voce all'esigenza del ragazzo, che vorrebbe un dialogo diretto, reale; l'altro monosillabo cruciale è quello che viene da lui rinfacciato come risposta all'altra persona dietro la rete: "no". Il "no" ha molte ripetizioni (cinque), quasi eccessive (nel verso dopo c'è anche un "non"), adatte a rappresentare un mondo dove c'è tanto di tutto e tanto di niente. Questi due versi sono giocati solo su tre suoni (compresi in un intervallo di terza maggiore), con disegno discendente e salto ascendente, cosa che viene ripetuta quattro volte, fino al vocalizzo sull'ultima sillaba di "ritornerò". L'insistere su tre suoni fa venire in mente il Ritornello di Se telefonando (anche se le note erano altre, comprese in un intervallo di quarta giusta: il "vecchio" telefono suggeriva forse un respiro più ampio e spazi maggiori per la fantasia, ma anche l'ormai classica canzone descriveva con le ripetizioni un nodo emotivo, parlando di due persone che si stavano lasciando). Nella parte da "Frasi scritte per metà" la melodia ruota attorno alla nota sul monosillabo "per", da cui parte un disegno ascendente con note ribattute seguite da una pausa, perfetto per esprimere le frasi lasciate a metà; da "grattacieli volerò" (dall'ultima sillaba della parola "grattacieli") segue un disegno stavolta discendente (per terze), in cui la frase musicale non è più spezzata da pause, e ciò enfatizza benissimo il volo. Il ragazzo prova un tale stato di esaltazione da perdere qualunque senso del reale, fino a immaginarsi come un supereroe capace di volare tra i grattacieli. [1] 

Il Ritornello esplode con "E lasciati andare"; fin dall'inizio descrive bene, con le vocalizzazioni e le volute della melodia, la tortuosa corrispondenza e gli effetti che può avere su un animo sensibile. In corrispondenza delle sole parole "ritornerò", "andare" e "riappare", i melismi sono in numero così elevato da non avere, credo, precedenti in nessun'altra canzone di Sanremo. Questo modo di procedere della linea melodica rende perfettamente l'esaltazione e gli arrovellamenti dell'animo perso dietro le spire di un rapporto vir-tu-ale, dove virtuale sembra da intendere: "tu" e io in un rapporto "virale". Il "lasciati andare" è evidenziato anche dal culmine della melodia, toccato proprio nel melisma sulla "a" della parola "andare", e dal gesto del cantante, che apre dolcemente le braccia, a suggerire l'idea del volo virtuale (sessantaquattro anni dopo quello onirico/reale di Domenico Modugno, di tutt'altro registro e con una gestualità impetuosa). Nel video ufficiale, in "E lasciati andare" parte un gioco di luci che si accendono (nella stanza dove canta Matteo Romano), esattamente insieme ai colpi della batteria: sembra che in modo fluido siamo del tutto passati dai ricordi di conversazioni al chattare vero e proprio, e le lucine indicano il cuore del ragazzo che non è più "parcheggiato su strade piene", ma pulsante per lo spiraglio che percepisce dall'altra parte della chat. Infatti prosegue subito: "Che il cuore ti cade giù/ E l'amore riappare". La parola "giù" fa un balzo: stavolta il suono basso è raggiunto non per grado (come nella Strofa), ma con un intervallo di quinta giusta, simulando la caduta. Il protagonista descrive le sue reazioni e sa che la situazione non è salutare, ma ne è esaltato e non può farne a meno. Lucidità e delirio sono entrambi presenti. Prima era apparso "cadiamo giù", ora "il cuore ti cade giù". Dal testo immaginiamo che i due naviganti stiano recitando, credendoci, un antico copione, con una lei che cerca invano di divincolarsi e un lui che cerca di essere convincente per tornare a emozionarsi. [2] In quasi tutto il resto del video le luci si continuano ad accendere, e nel finale diventano talmente psichedeliche da ricordare le scope impazzite, ingestibili, dell'Apprendista stregone del film animato Fantasia della Disney.

Il Ritornello, dopo "E l’amore riappare", si conclude con i versi "Va in tendenza e risale/ diventa virale", che portano al titolo, in modo enfatico, e ripropongono i tre suoni compresi nell’intervallo di terza maggiore dell’inizio del Ritornello, stavolta a partire da un salto ascendente seguito da un movimento discendente per grado e da una vocalizzo della "e" di "virale", che sottolinea la natura "volatile" di questo gioco. Si nota subito la forza delle parole "l’amore riappare", e verrebbe da chiedersi come sia possibile che tale accostamento funzioni, sembra un ossimoro: l'amore che riappare… non una persona. Invece è azzeccatissima. È stata usata la parola chiave dell’argomento: il verbo "apparire". Viene subito in risposta il testo, con l’inizio della seconda Strofa: "Vale/ Solo se ti va di rischiare".

Dopo la sequenza Stofa, Ponte e Ritornello, che si ripete due volte (con il testo diverso nella seconda Strofa, stavolta ridotta solo alla sua parte finale – di quattro versi, da "Vale" a "cellulare" – e qualche cambiamento nel Ponte, come l’aggiunta del monosillabo "qui", anch’esso illuminante per comprendere il conversare da remoto e i suoi possibili effetti ossessionanti), l'episodio successivo compare una volta sola e insiste prevalentemente su due suoni: "Oggi non mi va di uscire"… fino a "Troppi giochi di parole" descritti amaramente con un disegno ascendente in cui le note ribattute sono sottolineate dalla verve ritmica delle percussioni: "Come mine pronte a esplodere dentro di me".

La canzone si conclude con una terza ripetizione del Ritornello e gli ultimi due versi ("Va in tendenza e risale/ Diventa virale") sono qui evidenziati da una ripetizione variata; la parola "virale" avrà questa volta un melisma sulla "e" più lungo, terminante con un movimento discendente. Il vocalizzo finale può evocare un ripiegamento su se stesso del protagonista o l'inevitabile discesa dopo la salita del "volo".

Il testo a un ascolto superficiale sembrerebbe innocuo, "giovane", grazie alla musica modale e ricca di momenti pentatonici (traduzione sonora ideale per rendere una situazione fluttuante e libera) e grazie al timbro piacevole, omogeneo e rassicurante del cantante. Se prestiamo attenzione alle parole, troviamo invece una pagina di diario inquietante che culmina nella drammaticità estrema dei versi "Frasi scritte per metà, se vere non lo so/ Anche tra i grattacieli volerò". Meraviglioso. Proprio come la rete, che, entrata in casa tua, sembra coccolarti in modo discreto e dirti: "sei libero, puoi fare quello che vuoi, non c'è niente di male e puoi smettere quando vuoi". E ti trovi a voler smettere quando ti ha già intossicato. O a non riuscire più a smettere… Chi lo dice che sia tanto meglio di alcol e droghe? Giusto, non ti sei intossicato il corpo. Ma la mente e l'animo (e di conseguenza il corpo, che diventa sempre più inerte e flaccido, se riesce a sopravvivere e a non volare "tra i grattacieli") si intossicano eccome… consoliamoci: è una tossicità vir(tu)ale.

Una parodia a un indimenticabile brano di De André, "Il testamento": "quando si chatta, si chatta soli".

 

Ilaria Barontini

 


[1] Oltre alla "suspiratio" e ai melismi, in "grattacieli" si segnala, nella "e", quello che potremmo definire un mordente, ma con una sfasatura: secondo un uso consolidato da secoli, il mordente qui parte in ritardo, come se la mente fosse offuscata e vedesse ormai in maniera distorta. Dopo Ponte e Ritornello, torna la Strofa, in cui il verso "Scordiamo paure come con le chiavi e il cellulare" ha la parola "scordiamo" con la prima sillaba accentata ("scòrdiamo"). Una consuetudine ormai diffusa permette una sillabazione con accenti spostati, ma la parola, cantata così, evoca un'altra sfasatura, un'altra distorsione della realtà, e riguarda nuovamente il cuore, che è centrale e vivo a dispetto della falsità di tutto un mondo che lo può irretire. Anche "curare" ha l'accento spostato sulla prima sillaba ("cùrare"): sembra che questo avvenga proprio con parole chiave di argomento amoroso, come "scordiamo", le più provate e snaturate (o reinventate) dal mondo virtuale. La tavolozza verbale-sonora non è più decisamente quella con "cuore" che rima con "amore" (o con "fior" che rima con "amor") degli storici brani sanremesi, e si creano forma e immagini nuove per argomenti classici (che partono dal bisogno d'amore) ma anch'essi in ridefinizione.

 

[2] Sul "cadere" c'è da tempo una vasta letteratura, e si sono già espressi romanzi, poesie, canzoni… A Sanremo 2020 c'era stata quella di Achille Lauro (Me ne frego) con il suo "Ci son cascato di nuovo", che spesso identifica l'intero brano. Il concetto era simile, ma l'amore descritto da Lauro è "panna montata al veleno" (un po' come il "gelato al veleno" di Fotoromanza di Gianna Nannini), mentre questo di Virale è "nulla" al veleno… e, in questo non conoscersi veramente, l'unica cosa che accomuna sicuramente il protagonista e l'altra persona è la dipendenza.

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